LA TERRA DI ABELE







I panorami brulli dell’inverno si trasformano rapidamente all’inizio delle prime piogge in un susseguirsi infinito di valli e colline verdi dove gli animali da reddito (e non) la fanno da padroni. La pioggia viene dal cielo ed il moltiplicarsi del bestiame avviene naturalmente senza il minimo sforzo da parte dell’uomo. Si vive in simbiosi con le proprie greggi sull’altopiano. Sono loro che danno il ritmo alla vita. Gli animali hanno bisogno di spazio per trovare il proprio fabbisogno e, se gli umani non sono in grado di fornire loro cibo, devono spostarsi per cercare nuovi pascoli. L’uomo deve levare le tende ed affidarsi al potente istinto degli animali.


Il tipo di vita degli abitanti delle montagne (in lingua locale Jabbali, allevatori di professione) è totalmente diverso da coloro che abitano la fascia pedemontana e costiera, dove fluiscono le acque piovane dalle montagne. I coltivatori non si affidano al fiorire spontaneo della vegetazione per nutrire sé stessi, loro lavorano sul serio. Gli agricoltori non si adattano al paesaggio, ma lo addomesticano per favorire la propria attività. Scavano canali per irrigare le piantagioni e spostano pietre e terra per creare terrazzamenti che trasformino gli impraticabili pendii brulli in lunghe e strette fettucce di terreno pianeggiante. A loro è toccato in sorte il compito più gravoso: l’agricoltura.


Dagli albori dei tempi agricoltori e allevatori, pur se fratelli, non sono mai stati compatibili: gli agricoltori sono stanziali mentre la pastorizia richiede mobilità. Inoltre, si sa’, capre e cavoli non possono coabitare lo stesso spazio.


Prima dei paletnologi le Sacre Scritture ci raccontano come è andata:


All’inizio del 1947 un beduino di nome Mohammed, detto “il lupo”, si aggirava lungo la falesia ormai completamente esposta del wadi Qumran, vicino alle rovine dell'antico insediamento di Khirbet Qumran, sulla riva nord-occidentale del Mar Morto, entrò in una delle 11 antiche grotte scavate nella roccia e si imbatte’ in un deposito di anfore che contenevano pezzi di pergamena e papiro tracciati con simboli a lui sconosciuti. Si trattava dei manoscritti detti “del Mar Morto” che comprendono alcune fra le più antiche copie dei libri biblici e datano tra il 150 a.C. e il 70 d.C. Su questi frammenti si trova testimonianza dell’eterna contrapposizione tra fratelli, pastori ed agricoltori.


Caino e Abele erano fratelli. Caino non era disposto ad accettare che Abele vivesse la sua vita, dedicandosi alle sue pecore. Abele riposava tutto il giorno sotto una tamerice, quando aveva fame prendeva il posto di un agnellino da latte attaccato alle mammelle della pecora, e quando celebrava Dio gli bastava sgozzare la bestia più grassa per garantirsi il favore della divinità. Abele intagliava legno e osso per produrre strumenti a fiato che suonava mentre sorvegliava il suo bestiame. La vita era dolce per il pastore Abele. Caino invece si spaccava la schiena per scavare canali, arare e seminare per un raccolto che sarebbe stato disponibile solamente dopo qualche luna, se tutto andava bene. Quando Caino sentiva la necessità di propiziarsi Dio aveva solamente qualche manciata di granaglie da offrire; ben misera oblazione a paragone del grasso montone del fratello. Caino vorrebbe vedere suo fratello a schiena china al suo fianco. Non è disposto a considerare le pecore di Abele come una risorsa in più alla quale anche lui può accedere. Caino vuole uccidere Abele e prendersi le sue pecore e così fa.


I primi abitanti del Dhofar, il biblico popolo di Ad, si installarono nelle valli e sull’altopiano, dove le piogge della stagione monsonica di infiltrano in ogni pertugio della roccia carsica garantendo un approvvigionamento idrico costante durante tutto il corso dell’anno. Il loro stile di vita autarchico li ha preservati dalla penetrazione culturale fino a che il rapporto tra bestiame e pascolo è rimasto equilibrato. Quando il numero dei capi ha superato la disponibilità di foraggio autoprodotto, gli allevatori delle montagne sono stati costretti a rivolgersi agli abitanti della fascia costiera per rifornirsi di alf-alf e di sardine essiccate, a compendio della ormai insufficiente quantità di foraggio prodotta durante la stagione delle piogge. Questa dipendenza ha dato un grande potere politico alle tribù costiere che abitavano le città di Taqa e di Salalah. I "cittadini", che hanno seguito una linea di sviluppo basata più sul commercio che sulla produzione di risorse, si sentono superiori ai rozzi montanari e, ancora oggi, considerano gli allevatori delle montagne come pisquani folcloristici, senza risorse e senza cultura, sbagliando: i jabbali sono un antico popolo orgoglioso ed indomito pronto a difendere la propria terra e le proprie tradizioni, tanto che per millenni hanno resistito alle minacce di Caino e preservato la loro lingua e le loro credenze.


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